Suggestioni da Victor Frankl

Originariamente, l'uomo non cerca mai il puro piacere, ma sempre un senso. Il piacere viene di per se stesso, con il raggiungimento di uno scopo: è una conseguenza non un fine. Il piacere de conseguire, non essere primariamente ricercato. E' un effetto, non un'intenzione; si lascia solo "effettuare", mai intendere. 

Il potere cerca il valore d'uso di una cosa, mentre l'amore preserva la dignità di una persona. Il potere lascia che si diventi egoisti, interessati, mentre l'amore rende attenti al valore. 

L'uomo è veramente se stesso quando, impegnato nell'attuazione di un compito o nell'incontro con il partner, si supera e si dimentica.

Il valore dell'amicizia....

L'amicizia è il più grande sogno d'infanzia dentro ognuno di noi, ma anche la più grande ricchezza di un adulto. E' un capitale che nessuno può rubarci ma che ognuno deve costruire con impegno e verità. Nasce con lo stupore della scoperta e vive di libertà, cura e condivisione. Insegnare ai giovani l'importanza dell'amicizia e far assaporare loro la sua bellezza, è il primo passo per costruire un mondo di tolleranza, collaborazione ed etica.


Ricevere amore...

Essere stati amati profondamente ci protegge per sempre, anche quando la persona che ci ha amato non c'è più. E' una cosa che ci resta dentro, nella pelle. J. K. Rowling

Il rispetto non si impara attraverso la paura di una punizione, ma attraverso la capacità di capire il dolore, la fatica e la storia dell'altro. 


A proposito di Pedagogia...

La pedagogia così com'è io la leverei ma non ne son sicuro. Forse se ne faceste di più si scoprirebbe che ha qualcosa da dirci. Poi forse si scoprirà che ha da dirci una cosa sola. Che i ragazzi son tutti diversi, son diversi i momenti storici e ogni momento dello stesso ragazzo, son diversi i paesi, gli ambienti, le famiglie. Don Milani


Figli

I figli so' diversi, e noi, invece d'esse' contenti che non ce somigliano, li volemo fa' diventa' come noi che, poi, manco se piacemo. Nino Manfredi in In nome del Papa Re


Comunità educante

Se una comunità ha a cuore i propri bambini, deve proteggere i suoi genitori. Bowlby

Così come in famiglia i ragazzi a volte scelgono di parlare con i nonni, i fratelli maggiori, gli zii o gli amici piuttosto che con i propri genitori, così i bambini affidati ai servizi potrebbero aver bisogno di parlare con qualcun'altro e non con i propri genitori istituzionali. Dalrymple


Il dolore

Il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un'anima, a cui un fratello, il medico, accorre con l'ardenza dell'amore, la carità, sordo alle lodi e alle critiche, tetragono all'invidia, disposto solo al bene. G. Moscati
Nessuna sofferenza è tanto duratura quanto la sofferenza che si rifiuta di riconoscere. Cermak
Il trauma è un macigno da non sottovalutare. Per non farsi schiacciare dal passato occorre affrontarlo e rielaborarlo. C. Foti


Essere educatore

L'educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, Hannah Arendt

La sfida è dare ai ragazzi la possibilità di misurarsi anche con il gusto del bello, della comprensione, della conoscenza. M. Franco

Con i giovani il cambiamento è sempre possibile, non ho mai trovato soggetti irrecuperabili. Don Gino Rigoldi

L'educatore deve essere creatore di gruppi. Don Gino Rigoldi

Se l'hai visto, tocca a te!  Don Gino Rigoldi


Conflitto e violenza

La violenza è una scelta, il conflitto è inevitabile. W. Ury

Parlate quando siete arrabbiati e produrrete il miglior discorso di cui pentirvi. L. J. Peter

Società che cambia

Abbiamo fatto una conversione di marcia, e siamo passati dal puritanesimo e dal moralismo all'edonismo. Tutto ad un tratto ogni cosa deve essere divertimento e piacere. F. Perls


Gli elementi della crescita

La persona si coltiva nell'intimità e dialogo, nell'ascolto e nella partecipazione, nel servizio alla verità e nella pratica della libertà, nella laboriosità e nell'impegno, nel possesso di sé e nell'incontro con l'altro. Nell'incontro con l'adulto, nel sereno esercizio dell'accoglienza, il bambino trova infatti il sostegno più adeguato alla crescita dell'autonomia N. Paparella

Non c'è bisogno di starsene su un divano o un monastero zen per venti o trent'anni, ma ciò non toglie che non ci si debba impegnare, e che per crescere ci vuole tempo  PERLS


Libertà di insegnamento

"Finché non sarà tolto qualsiasi valore legale ai certificati rilasciati da ogni ordine di scuola, dalle elementari alle universitarie, noi non avremmo mai libertà di insegnamento" - e, aggiungo, di apprendimento. “... avremmo insegnanti occupati a ficcare nella testa degli scolari il massimo numero delle nozioni sulle quali potrà cadere l'interrogazione al momento degli esami di stato. Nozioni e non idee, appiccicature mnemoniche e non eccitamenti alla curiosità scientifica ed alla formazione morale dell'individuo" [Einaudi, 1953]

L'insegnante è la persona alla quale un genitore affida la cosa più preziosa che possiede suo figlio: il cervello. Glielo affida perchè lo trasformi in un oggetto pensante. Ma l'insegnante è anche la persona alla quale lo stato affida la sua cosa più preziosa: la collettività dei cervelli, perchè diventino il paese di domani. [P. Angela]


Finalmente un pezzetto di legge!

Complimenti all'On. Vanna Iori ed al sostegno dell'APEI (Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani) che, con fatica e perseveranza hanno portato a casa un piccolo ma importante risultato: la legge 205/17 che include nel suo testo una parte riguardante il mestiere di educatore e pedagogista (a seguire).

Ancora è poco, ma è un ottimo inizio! Bravi, questo è il compito di un'associazione di categoria!

Ecco il testo reso pubblico:

Legge 205/17
594
L'educatore professionale socio-pedagogico e il pedagogista operano nell'ambito educativo, formativo e pedagogico, in rapporto a qualsiasi attività svolta in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, in una prospettiva di crescita personale e sociale, secondo le definizioni contenute nell'articolo 2 del decreto legislativo 16 gennaio 2013, n. 13, perseguendo gli obiettivi della Strategia europea deliberata dal Consiglio europeo di Lisbona del 23 e 24 marzo 2000.
Le figure professionali indicate al primo periodo operano nei servizi e nei presidi socio-educativi e socio-assistenziali, nei confronti di persone di ogni età,prioritariamente nei seguenti ambiti: educativo e formativo; scolastico; socio-assistenziale, limitatamente agli aspetti socio-educativi; della genitorialità e della famiglia; culturale; giudiziario; ambientale; sportivo e motorio; dell'integrazione e della cooperazione internazionale.
Ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n. 4, le professioni di educatore professionale socio-pedagogico e di pedagogista sono comprese nell'ambito delle professioni non organizzate in ordini o collegi.

595
La qualifica di educatore professionale socio-pedagogico è attribuita con laurea L19 e ai sensi delle disposizioni del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 65. La qualifica di pedagogista è attribuita a seguito del rilascio di un diploma di laurea abilitante nelle classi di laurea magistrale LM-50 Programmazione e gestione dei servizi educativi, LM-57 Scienze dell'educazione degli adulti e della formazione continua, LM-85 Scienze pedagogiche o LM-93 Teorie e metodologie dell'e-learning e della media
education. Le spese derivanti dallo svolgimento dell'esame previsto ai fini del rilascio del diploma di laurea abilitante sono poste integralmente a carico dei partecipanti con le modalita' stabilite dalle università interessate. La formazione universitaria dell'educatore professionale socio-pedagogico e del pedagogista è funzionale al raggiungimento di idonee conoscenze, abilità e competenze educative rispettivamente del livello 6 e del livello 7 del Quadro europeo delle qualifiche per l'apprendimento permanente, di cui alla raccomandazione 2017/C 189/03 del Consiglio, del 22 maggio 2017, ai cui fini il pedagogista e' un professionista di livello apicale.
596
La qualifica di educatore professionale socio-sanitario e' attribuita a seguito del rilascio del diploma di laurea abilitante di un corso di laurea della classe L/SNT2 Professioni sanitarie della riabilitazione, fermo restando quanto previsto dal regolamento di cui al decreto del Ministro della sanita' 8 ottobre 1998, n. 520.
597
In via transitoria, acquisiscono la qualifica di educatore professionale socio-pedagogico, previo superamento di un corso intensivo di formazione per complessivi 60 crediti formativi universitari nelle discipline di cui al comma 593, organizzato dai dipartimenti e dalle facoltà di scienze dell'educazione e della formazione delle università anche tramite attività di formazione a distanza, le cui spese sono poste integralmente a carico dei frequentanti con le modalita' stabilite dalle medesime universita', da intraprendere entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, coloro che, alla medesima data di entrata in vigore, sono in possesso di uno dei seguenti requisiti:
a) inquadramento nei ruoli delle amministrazioni pubbliche a seguito del superamento di un pubblico concorso relativo al profilo di educatore;
b) svolgimento dell'attività di educatore per non meno di tre anni, anche non continuativi, da dimostrare mediante dichiarazione del datore di lavoro ovvero autocertificazione dell'interessato ai sensi del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445;
c) diploma rilasciato entro l'anno scolastico 2001/2002 da un istituto magistrale o da una scuola magistrale.
598
Acquisiscono la qualifica di educatore professionale socio-pedagogico coloro che, alla data di entrata in vigore della presente legge, sono titolari di contratto di lavoro a tempo indeterminato negli ambiti professionali di cui al comma 594, a condizione che, alla medesima data, abbiano eta' superiore a cinquanta anni e almeno dieci anni di servizio, ovvero abbiano almeno venti anni di servizio.
599
I soggetti che, alla data di entrata in vigore della presente legge, hanno svolto l'attività di educatore per un periodo minimo di dodici mesi, anche non continuativi, documentata mediante dichiarazione del datore di lavoro ovvero autocertificazione dell'interessato ai sensi del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, possono continuare ad esercitare detta attivita'; per tali soggetti, il mancato possesso della qualifica di educatore professionale socio-pedagogico o di educatore professionale socio-sanitario non puo' costituire, direttamente o indirettamente, motivo per la risoluzione unilaterale dei rapporti di lavoro in corso alla data di entrata in vigore della presente legge ne' per la loro modifica, anche di ambito, in senso sfavorevole al lavoratore.
600
L'acquisizione della qualifica di educatore socio-pedagogico, di educatore professionale socio-sanitario ovvero di pedagogista non comporta, per il personale gia' dipendente di amministrazioni ed enti pubblici, il diritto ad un diverso inquadramento contrattuale o retributivo, ad una progressione verticale di carriera ovvero al riconoscimento di mansioni superiori.


A proposito di autostima

Può sembrare un paradosso, allora, se dico che la persona più ricca, la persona più produttiva, più creativa è la persona che non ha carattere... F. Perls, 1969


Cambiamento

"Noi non possiamo cambiare, non possiamo allontanarci da ciò che siamo finchè non accettiamo fino in fondo ciò che siamo. Allora sembra che il cambiamento avvenga quasi inavvertitamente", Carl Rogers (1961)

"Non possiamo pretendere che le cosa cambino se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perchè la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorgono l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato" Albert Heinstein


Un classico

I vostri figli non sono figli vostri.

Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa.

Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,

e benchè vivano con voi non vi appartengono.

Potete donar loro l'amore ma non i vostri pensieri:

essi hanno i loro pensieri.

Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:

essi abitano la casa del domani,

che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.

Potete tentare di essere simili a loro ma non farli simili a voi:

la vita procede e non s'attarda sul passato.

Kahlil Gibran


Il mito della genitorialità

Nelle fasi di crisi sociale, ed in particolare in questa che si connota in prima istanza per una crisi di senso e di vuoto affettivo e relazionale, da sempre si osserva un acuirsi delle mitizzazioni. Pare che le persone, ogniqualvolta diminuisca lo spessore umano delle loro etiche, cerchino il rinforzo dei dogmi e dei moralismi appesi ai falsi miti.

Ed i miti più diffusi oggi sono la paternità, la maternità e l'amore "infinito" per i figli.. Genitori che danno bacetti sulla bocca ai figli senza riflettere sul fatto che il bacio sulla bocca sia un bacio sempre sottilmente erotico, genitori che dicono con leggerezza "ti amo" ai propri figli, tautaggi con il nome dei figli (forse utili per non scordarne i nomi?) e simili grette espressioni di pseudo-affettività sono all'ordine del giorno.

Oggi ogni adulto che desideri ottenere credibilità ed un buon status sociale deve necessariamente dichiararsi totalmente dedito ai figli. Così, paternità e maternità, si ritrovano a vivere nell'angusto campo di esistenza del socialmente accettabile e, strette nei codici formalisti si declinano nei loro aspetti più superficiali e narcisistici o, ancora peggio, ipocriti.

Madri perfette esteriormente che diventano cani da guardia nelle mura domestiche, padri giocosi e teneroni che non hanno ruolo né senso in famiglie in cui, invece che apprendere la democrazia, si è passati dal padre-padrone alla madre-matrona o comunque si insegnano "assertività/ipocrisia" e furbizia. Oppure madri servili, sottomesse totalmente ai capricci dei figli esacerbati dal vuoto affettivo con padri dominanti e carismatici che inseguono più il loro bisogno di affermarsi, che il bisogno dei figli di crescere. Oppure genitori buonisti e superficiali che, affogando nel loro bisogno di apparire buoni e comprensivi, impediscono ai figli di porli in discussione e di liberarsi psicologicamente di loro: genitori immensi, pigri e soffocanti.

E la società giustifica, accetta, rinforza e glorifica tale scellerata genitorialità.

A onor di verità si deve però definire anche ciò che è stata in passato la genitorialità: un uomo ed una donna, sposatisi tra le bombe di un dopoguerra o tra le paure di una dittatura che, per sfamare una famiglia in cui la media erano tre figli, passavano le giornate a lavorare. Ed i figli che, in questo spazio di solitudine e poco sostegno (se non affettivo, quando l'umanità dei genitori lo permetteva) crescevano arrabattandosi tra fratelli e sorelle, conflitti, scuola eccetera.

Un'altra cosa interessante da ricordare rispetto al tema della genitorialità, lungo l'arco della storia dell'uomo, è come nella maggior parte delle società del nostro passato (dagli Egizi ai Romani, ai Maya, alle dinastie Cinesi, alla Magna Grecia, ancora nel nostro europeo '800, e via dicendo) la cura dello sviluppo psicologico, cognitivo, valoriale, educativo e spirituale non fosse compito dei genitori. Ad essere precisi infatti: a) i figli delle famiglie benestanti ricevevano, all'incirca dal compimento dei 6 anni, un'istruzione ed una educazione da istitutori privati (i liberti ad esempio nel mondo romano), ed avevano un rapporto con i genitori distante e ben formale (quand'anche affettivo, accudente e premuroso) al punto che anche la maternità in effetti restava co-gestita tramite figure come la Doula, la Bambinaia, la Tata e simili a seconda delle culture; b) i figli invece della povera gente, dopo una fase prettamente materna di accudimento affettivo condiviso con le altre donne della micro-comunità, iniziavano ad entrare in relazione con il mondo esterno tramite l'avviamento ai lavori di casa, di campagna per poi entrare (verso i 12-14 anni) nel vero e proprio lavoro.

In tutto questo anche la loro relazione con la coppia genitoriale rimaneva distante, formale, non amicale, centrata (anche dove affettiva e profonda) su aspetti pragmatici dell'esistenza. Il resto del processo educativo (riflessività, creatività, adattamento al mondo, istruzione, e buona parte della trasmissione dei valori) veniva delegato ad altre persone della vita dei bambini: la maestra, il prete, il professore, lo sciamano, e la comunità che ancora era realmente educante.

In quasi nessuna fase della storia socio-culturale degli esseri umani troviamo (se non negli ultimi 50-70 anni, a seconda della ricchezza e dello sviluppo dei contesti culturali) una genitorialità estesa come quella che viviamo oggi. Per ricchezza, per tempo a disposizione extra-lavorativo, per numero di figli, per welfare, per possibilità culturali e per sviluppo affettivo stiamo vivendo un'evoluzione (che come sempre inizialmente si configura come un'anomalia rispetto alla precedente normalità) enorme nella genitorialità.

In sostanza, il concetto di genitore per come noi oggi lo pensiamo esiste solo da 50 anni.

In sintesi: la genitorialità è una realtà tipica di una piccola percentuale della popolazione mondiale, che si caratterizza per ricchezza, agio e basso numeri di figli. Ed in questa realtà, inconsapevole degli agi e delle fatiche, dei pesi e delle necessità, diventa mito, ambiziosa meta egoistica, narcisismo diretto o indiretto (mi affermo tramite i miei figli).

Ciò rende chiaro come il concetto stesso di genitorialità sia immaturo e bisognoso di sviluppo, ma anche come si necessario un processo di evoluzione delle competenze indispensabili alla sua buona funzionalità.

L'evoluzione del resto, è un occasione di crescita!

Già, fino a cinquant'anni fa ad esempio a risolvere il problema della simbiosi tra figli e genitori ci pensavano gli altri sette fratelli, il campo da arare, le malattie, le morti premature, il bisogno di lavoro.

A risolvere il problema del conflitto con i genitori e della loro mitizzazione ci pensavano i mille esempi di adulti guida (zii, cugini, vicini di casa e paesani vari) che entravano sistematicamente e senza censure nella vita dei bambini: l'antico mito della società educante.

Ad insegnare infine una visione non sentimentalista dell'esistenza ci pensavano le povertà, le carestie, le guerre e le malattie che imponevano pragmatismo e dominio delle proprie emozioni.

Credo dunque necessaria un'evoluzione in termini di consapevolezza sulla genitorialità.

Dobbiamo imparare a fare i genitori, perchè non siamo pronti a farlo.

Se la società fosse ancora quella del nostro '800 forse potremmo ancora permetterci il lusso di non imparare a fare i genitori, ma la società l'abbiamo già modificata, dunque adesso è necessario adattarci al cambiamento prima che la nostra istintività non rovini le nostre esistenze, e quelle dei nostri figli!


Pensieri per una comunità educante

E' la collaborazione a renderci uomini, non la competizione.


L'Amaca di Michele Serra

L'arguto Michele Serra, in occasione dell'ultimo saluto a Tullio De Mauro, apre una riflessione che ci piace condividere perchè ci riguarda: l'autore fa notare come oggi "insegnare qualcosa a qualcuno sia visto come un'intrusione paternalistica" nella vita degli altri. L'attenzione all'altro non è di moda..  e la pedagogia soffre di questa chiusura arida e cinica...  credo che i tempi siano maturi per ricordare al mondo che l'essere umano, se è sopravvisuto per millenni nella terra, lo ha fatto per la sua capacità di collaborare e di avere cura degli altri, non per il suo cinismo indifferente e per l'autoreferenzialità di chi, per paura di perdere qualche potere, non ama e non vive. Bravo Michele!


Prevenire il bullismo è meglio che curarlo

Perché parlare in questo capitolo del bullismo?
Perché la prima prevenzione si offre all'asilo, ponendo le basi di buone relazioni tra bambini. Oltre quindi a dar loro un buon esempio di rispetto per gli altri e per se stessi, è decisamente importante capire quali siano gli eccessi del nostro bambino. Cercando, dunque, di capire se nostro figlio sarà per carattere un potenziale bullo, una potenziale vittima, un potenziale difensore o un potenziale indifferente.
Alcuni di noi avranno dei figli energici, forti, competitivi che potranno diventare bulli o difensori dai bulli, a seconda che crescendo gli vengano evitate invidie e gelosie e dunque imparino l'altruismo e la sensibilità. Altri avranno figli timidi e delicati che potranno essere vittime oppure rientrare negli indifferenti a seconda che imparino il coraggio e la solidità.
Come già scritto, gelosia e invidia, contribuiscono a produrre il bullo, ma non ne sono l'unica causa (del resto i bambini scelgono autonomamente come comportarsi, tanto quanto gli adulti). Il geloso aggredisce per difendere il suo territorio e le sue relazioni (o il suo ruolo), l'invidioso aggredisce per limitare la credibilità degli altri potenzialmente competitivi.
Quindi il primo passo è capire di quali contenuti educativi ha bisogno nostro figlio. Coraggio o sensibilità? Intraprendenza o rispetto degli altri? Delicatezza, senso del limite o sicurezza interiore? Spavalderia o umiltà?
Ad un primo livello di risposta, quindi, ricordiamoci che un processo educativo ha molto spesso il suo centro nella necessità di aggiungere contenuto alla persona e pertanto, nell'insegnare ciò che manca. Il potenziamento dei talenti, che rappresenta il lato opposto del processo educativo, è un passaggio di crescita successivo all'armonico sviluppo della personalità.
Cerchiamo poi di fare del nostro meglio per evitare l'incistarsi di invidie e gelosie (vi rimando al capitolo precedente a proposito del ruolo dei genitori).
Terzo passaggio, lasciate il più possibile che i bambini si chiariscano e si organizzino da soli. I presupposti ideali per diventare vittima dei bulli sono l'essere troppo difeso e protetto dai genitori o dalle maestre.
Quando invece, più avanti nella loro crescita, vi trovaste a dover affrontare il problema già in atto del bullismo si dovranno pensare altri atti.
Il tema del bullismo è purtroppo svilito da quanto se ne parla, e sopratutto a sproposito.
Definiamolo: il bullismo è un modo aggressivo, a volte violento, poco sensibile, superficiale di porsi con gli altri (maschile, femminile, verbale, fisico e tante altre variabili a seconda delle età e dei contesti).
Ma un bullo non è un delinquente. Un bullo aggredisce per affermare sé stesso, un delinquente per imparare a gestire potere tramite paura o per ottenere dei benefit (soldi, oggetti, immagine e via dicendo). Un bullo si muove spesso in gruppo, ma senza un'organizzazione con precisi interessi alle spalle.
Con un bullo si combatte, con un delinquente si chiama la polizia (spero proprio che nella fascia 0-3 anni al massimo si incontrino bambini con atteggiamenti bulleschi ma ancora non delinquenziali!).
E come si affronta il bullo?
Imparando a difendersi. Da soli. Non c'è cosa più umiliante per una vittima, e al contempo più provocante per un bullo, che farsi difendere, a meno che non siano presenti disparità di numero (uno contro due o più) o di età (un bimbo/a di quattro anni offeso o aggredito da uno, o più, di 6 anni).
Piuttosto insegniamo ai nostri figli come difendersi. Mi ricordo una volta che mio figlio (7 anni), al ritorno dall'allentamento, mi raccontò come il suo compagno di squadra lo prendesse spesso in giro. E allora costruimmo insieme la lista delle risposte possibili (prima e seconda battuta) da tenere pronte in futuro.
Poi ridemmo insieme e parlammo di come a volte, prendersi in giro, sia anche un modo di giocare e di volersi bene.
Se invece vi rendeste conto (o vi venisse raccontato) che vostro figlio è un bullo si deve prendere una strada diversa. Per quale motivo fa il bullo? Gelosia? Invidia? Eccesso di reattività alle istigazioni?
Il bullo geloso: è un bambino che desidera esercitare un forte controllo sulle relazioni che vive, per paura di perdere il potere che ha da cui crede consegua l'affetto. Il problema è che teme di non essere più amato da nessuno se non controlla i rapporti che vive. E diventa competitivo, "rosicone", opprimente ed invadente. E ovviamente considera nemici pericolosi tutti quelli che non riesce a controllare, gestire, manipolare o che, semplicemente, non riesce a capire. Quelli magari più timidi, o al contrario, quelli che per la loro emozionalità, hanno appeal sugli altri. Ha bisogno che qualcuno gli insegni la libertà e la tolleranza per la differenza, ma anche di sentire di avere comunque un ruolo sociale nel gruppo.
Il bullo invidioso: non si vede molto, ma c'è. È spesso un bullo "dietro le quinte", che non paga mai il prezzo perché lo fa pagare ad altri (magari al cavaliere senza testa). Fa il bullo perché vuole avere qualcosa in più degli altri, un guadagno, un potere o altro nelle relazioni che vive. È una sorta di eminenza grigia, che usa i suoi "poteri" per interesse personale. Ha bisogno di imparare la generosità ed il piacere di prendersi cura con affetto degli altri.
Il cavaliere senza testa: questo tipo di bullo è solitamente un maschio, casinaro e ribelle, che viene usato dagli altri due o che fa il bullo semplicemente perché ha una grande rabbia dentro e poca sensibilità. Non se ne accorge nemmeno a volte. Ha bisogno che gli vengano date giustizia e pace, e di imparare tramite esse l'attenzione per l'altro. È potenzialmente un ottimo difensore dai bulli, se impara le generosità.
Tra le righe ci stiamo ponendo una domanda molto più grande

Tratto da "Come i bambini" pag. 68


Pensieri sulla crescita

"appartenenza e separazione rappresentano due posizioni emozionali, entrambe necessarie ai fini della differenziazione" Andolfi, pag.46/47, 2015

Crescere significa scegliere con coraggio, passione, umiltà e consapevolezza dove andare, cosa fare, che senso dare alla nostra esistenza anche quando le nostre emozioni ci confondono o ci travolgono.


Com'è difficile diventare adulti....

"più basso è il livello di differenziazione, più altro sarà l'attaccamento emotivo non risolto ai genitori e più intensi i meccanismi destinati a controllare l'indifferenziazione", pag.63, M.Bowen, "Dalla famiglia all'individuo" 1979.


A proposito di crescere...

"chi è servito è leso nella sua indipendenza e autonomia", Maria Montessori


Coscienza ed educazione

"si può campare 100 anni e non aver appreso nulla della vita che rappresenti veramente un'esperienza" Don Gino Corallo - Educare la Libertà


La paura del terremoto.. cosa fare con i nostri bimbi

Gli eventi di Amatrice e degli altri paesi demoliti dal terremoto ci inquietano e ci mostrano tutta la nostra impotenza di fronte alla natura. In più tutta questa tragedia viene prontamente raccontata con il più truce gusto della Tv di mostrare scene quanto più drammatiche possibile, del resto per loro conta l'attenzione che ricevono, non la qualità di un servizio!

Cosa fare con noi stessi e sopratutto con i nostri bimbi che vengono travolti da questa ondata di angoscia?

Ecco alcuni nostri piccoli suggerimenti:

1) teniamoli lontani dai telegiornali, per informarli non serve la violenza comunicativa dei TG;

2) evitiamo di esagerare nel parlare con loro, o con toni troppo forti, anche se tra adulti ma in loro presenza, di tale dramma;

3) rispondiamo con semplicità e chiarezza alle loro domande e lasciamo loro sfogare eventualmente il pianto ed il dolore;

4) se notiamo che rimangono pensierosi e chiusi o tristi di fronte a tali argomenti, esortiamoli a raccontarci ciò che provano e sproniamoli a farci domande così da alleggerire il peso dei loro vissuti;

5) tranquillizziamoli comunque raccontando loro che casa nostra è al sicuro e simili, anche quando non fosse vero;

6) cogliamo l'occasione per coinvolgerli in atti di solidarietà che, oltre ad essere un'occasione di formazione e crescita sociale ed etica, servono a far sentire meno impotenti e a trasmettere speranza.

7) In ogni caso, diamo speranza!


Ritrovare il posto della pedagogia

La pedagogia è la scienza che studia il modo in cui le persone crescono e si evolvono. L'evoluzione, che S.J. Gould mi ha fatto amare fin da bambino (quella fatta di passione per le storie e iparticolari, per le connessioni ed i collegamenti, per i sogni e gli ideali), probabilmente è lo studio della pedagogia da prima ancora di Platone, perché è la storia della crescita della vita sulla terra. Di come la vita è cambiata, si è adattata, ha imparato da se stessa e dalle sue differenti linee evolutive. E la pedagogia d'altro canto è la scienza che studia la vita ed il processo di crescita dell'uomo... o per dirla nel linguaggio dell'evoluzione, dell'homo.
Forse che la pedagogia stessa altro non sia che un opzione, una possibilità genetica di evoluzione e al contempo una linea evolutiva? Il fatto stesso che alcuni homo, lambiscano, percepiscano, anelino all'esistenza di una visione pedagogica apre alla possibilità che tale specie abbia la sua ulteriore evoluzione adattiva in caratteristiche (mutazioni, direbbe il vecchio Darwin) non più meramente fisiche ma emozionali, psichiche, spirituali e relazionali?
Del resto così è avvenuto all'Habilis che ha iniziato a pensare anche se con scarsa consapevolezza; del resto così è avvenuto al Neandhertal che ha iniziato ad avere ampie emozioni e cura degli altri (o forse già accadeva a Naledi?), del resto così è avvenuto al Sapiens sapiens che ha sviluppano linguaggio, empatia e consapevolezza.
Oppure semplice exaptation [Gould, Vrba; 2008]?
Un riuso intelligente di mutazioni casuali... casualmente nel sapiens sapiens il cranio, durante la fase prenatale, si calcifica più lentamente e questo ritardo permette al cervello di sviluppare maggiormente la corteccia cerebrale. Si sviluppa il cervello noetico e tutte le conseguenze funzionali. E nascono l'idea e lo spazio di riflessione su se stessi, di apprendimento, di educazione. Prima al massimo c'era una forma di apprendimento simile al condizionamento operante classico della tradizione comportamentista. O forse, come direbbe il suo "acerrimo compare" Dawkins, che la storia dei geni sia il vero motore della vita sulla terra? E che dunque solo gli organismi che apprendono come mantenere questi contenitori di geni avranno un futuro? Ma del resto mantenere tali scatole (i corpi dell'Homo) altro non è che crescere e sviluppare modelli di adattamento più evoluti.
In ogni caso, tutte queste ipotesi rendono chiara la necessità di avere rispetto per il processo di miglioramento della nostra specie.
Resta, dunque, una sola alternativa al fine dell'evoluzione e della speranza di restare su questa terra qualche millennio in più almeno. Ritrovare la pedagogia. A noi pedagogisti il compito di renderla accessibile e viva e dunque semplice.
Per quello che ho imparato, la pedagogia è fatta di spirito ma non di religione, di Dio in tutti i nomi che assume nelle differenti culture, di persone ma non di individui, di anime e di identità, di affetto ma non dipendenza, di egoismo ma non di individualismo e avidità, di potenza ma non di potere, di passione e
profondità ma non di perverso gusto dell'intensità stile film horror.


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