Celebrare il lavoro

In occasione della festa del lavoro ci siamo fermati a riflettere su cosa significasse celebrare il lavoro, più che semplicemente festeggiarlo. Non vogliamo parlare di politiche del lavoro, di contratti o di pensioni, ma condividere quello per noi rappresenta il senso di un impegno professionale.

Molto spesso ci lamentiamo della fatica del lavoro e di come sarebbe bello vincere alla lotteria per poter vivere senza lavorare. A ben pensarci però una vita senza impegni lavorativi sarebbe vuota e molto più faticosa di quanto non si pensi.

Il lavoro, infatti, è più che un diritto. E' un dovere di amore verso se stessi. E' necessario al nostro sostentamento e l'operosità, l'impegno e la fatica quotidiana ci offrono quella dimensione di senso che spesso ci libera da tanta sofferenza interiore. Impegnarsi in qualcosa, sentirsi utili, avere obiettivi da raggiungere sono pezzi essenziali del nostro star bene.

Al contrario lavorare senza impegno e senza passione, in maniera meccanica ed alienante ci rende fragili e vulnerabili alle mille forme di dipendenza che il mondo ci offre. L'apparente leggerezza ed il disimpegno spesso decantati con superficialità come elementi di libertà sono, in realtà, forme di vuoto esistenziale dovute spesso ad una mancanza di speranza e di motivazione alla vita. Il cinismo infatti è solo l'esito della perdita della fiducia nel miglioramento possibile del nostro futuro.

Quando infatti per i più svariati motivi ci ritroviamo a dover stare a casa e ad avere "tempo libero" da dover riempire, abbiamo tutti sperimentato la voglia di ritornare a lavoro per uscire, per incontrare persone e sentirsi utili.

Lavorare con impegno e passione è essenziale anche perché rende il lavoro meno faticoso e frustrante: ci permette di raggiungere obiettivi e soddisfazioni e ci fa sentire meno stanchi e meno stressati, sia quando il nostro lavoro ci rappresenta, sia quando svolgiamo un mestiere che non sentiamo nostro.

Del resto svolgere un lavoro che ci piaccia e che ci rappresenti non è sempre ovvio e scontato: a volte ci si deve piegare a bisogni reali che ci impongono di accettare mestieri che non avremmo scelto. Svolgerli con impegno e serietà renderà comunque le nostre giornate migliori.

Infatti un elemento essenziale, anche se non l'unico, del tristemente famoso burn-out è proprio la mancanza di passione ed interesse per ciò che si fa. Ripetere automaticamente mansioni di cui non si capisce il senso e che non ci appassionano rende sterile la nostra fatica e, a lungo andare, ci imprigionerà in un profondo malessere.

E' necessario educare i nostri figli al lavoro fin dal rapporto con la scuola, che rappresenta il loro primo "impegno professionale", perchè nel lavoro si sviluppano i propri talenti e si imparano moltissime cose importanti come l'arte di mediare, l'umiltà dell'imparare, la scoperta della competenza, il tempo necessario per l'apprendimento, il gusto di riuscire e vincere, la tenuta emotiva nell'impegno e nella fatica, il senso di realtà e l'equilibrio tra la nostra interiorità ed il mondo esterno.

L'orientamento professionale rappresenta un bisogno educativo ancora oggi urgente e prezioso affinché i giovani non vengano schiacciati dal dilagante pessimismo e dalla demotivazione all'impegno ma possano vivere con il giusto peso un mestiere e tutte le fatiche ad esso connesse.

Educare i giovani al lavoro significa motivarli a far del loro meglio per costruirsi una dimensione professionale che sia vicina ai loro talenti, ma anche insegnar loro l'umiltà di lavorare "bene" anche se dovranno trovarsi a svolgere mestieri che non li appassionano.

Una sana educazione impone l'educazione al lavoro, alla fatica, all'impegno nella quotidianità delle mansioni familiari, scolastiche e nella serietà con cui si vivono anche amore e amicizie. La vita infatti ci chiede impegno, passione, operosità e gioco in egual misura. Essere, sentire, pensare, agire sono i verbi della nostra esistenza.

Un essere umano che non lavora non si sentirà più tale...


kevin grievejpg